In Comune: costruire democrazia reale, partendo dal basso

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Se, come scriveva Calvino, “ogni città riceve la propria forma dal deserto cui si oppone”, nell’Europa del pensiero unico neoliberista anche le nostre città sono a rischio desertificazione. Ripensare quindi le città alla luce della prossima tornata delle amministrative vuol dire innanzitutto ridescrivere l’idea e la pratica per una politica dal basso. Ripensare le città vuol dire ripensare le comunità, il loro potere decisionale, l’organizzazione dello spazio urbano, la bellezza dei luoghi da difendere e valorizzare, la promozione di forme di mutualismo e welfare dal basso. Non è da sottovalutare la sfida che si apre sui territori: l’alternativa e l’opposizione al verticismo della governance neoliberista.

Le elezioni amministrative di questa primavera saranno senza dubbio banco di prova nazionale per chi costruirà liste e percorsi elettorali nei territori.

È sicuramente, assieme al referendum costituzionale, uno dei test per il Partito Democratico e per la verifica della sua tenuta sul piano del consenso. È un test per la destra per testare la propaganda razzista e reazionaria di Matteo Salvini. Lo è per i 5 stelle nel loro ultimo passaggio di consolidamento come forza politica in Italia, dopo le elezioni politiche, europee e regionali. Un banco di prova perché si voterà nelle principali città del Paese: Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari e in tantissimi altri centri medi e piccoli. Milioni di persone nella stessa giornata saranno chiamate a indicare da quale amministrazione comunale vogliono essere governate. Guardare alle elezioni amministrative, da sinistra, significa collocarsi quindi in una doppia prospettiva: da un lato, il peso di una tornata elettorale che - anche fuori da qualunque gioco politico sulla pelle delle città - ha inevitabilmente spessore nazionale; dall’altro, la necessità di sperimentare a partire dalla dimensione municipale la qualità e il consenso di un polo di alternativa ai populismi delle destre e dei 5 stelle e al governo dei poteri forti del Partito Democratico.

L’impatto delle politiche di austerity, la restrizione degli spazi di scelta democratica e la negazione di ogni idea di politica volta alla tutela del bene comune e della coesione sociale, hanno finito per legittimare nella dimensione territoriale un’idea di politica come semplice amministrazione burocratica del territorio, piuttosto che come governo della città. Come segnala Attac Italia, negli ultimi sette anni (2008-2014) agli enti locali sono stati sottratti 19 miliardi grazie al patto di stabilità e 12 miliardi di mancati trasferimenti erariali, mentre il personale ha subito una contrazione dell’11,1% (quasi 60.000 lavoratori in meno), facendo salire alle stelle il contributo complessivo dei Comuni alla stabilità finanziaria (+909%).

Come è possibile, dentro questo quadro, tenere separata la riflessione sulle politiche nazionali da quella sulle politiche locali?

La crescente privatizzazione dei servizi sociali, dei trasporti, della gestione dei rifiuti, fino addirittura all’impiego di lavoro accessorio nei servizi di manutenzione del territorio, ha infatti prodotto una totale sovrapposizione tra le logiche di governo tipiche dell’impresa e gli assetti costituzionali volti a perseguire la ricerca di un benessere di tutti. Basta interrogarsi sulla moltiplicazione del numero di consigli di amministrazione nella gestione di servizi centrali nella vita dei cittadini come i trasporti, l’istruzione, la gestione di rifiuti, energia e acqua per cogliere la portata di una torsione in senso privatistico delle logiche di governo del territorio.

Ciò non accade per caso: l’aumento delle difficoltà delle persone ad essere “cittadini”, cioè a esercitare fino in fondo le aspirazioni garantite dalla Costituzione, non può avvenire come conseguenza di precise volontà politiche. Le responsabilità di queste scelte ci sembra coinvolgere tutti, inclusi coloro che hanno provato a condurre una battaglia in senso opposto senza riuscire a costruire un cambiamento effettivo. In altre parole, specialmente dentro gli attuali rapporti di forza, il superamento di un modello di governo della città incardinato sul dogma della privatizzazione e sull’oscuramento del bene comune ci appare possibile soltanto al di fuori di un quadro di alleanze con chi quel modello ha contribuito ad imporlo.

Per costruire l'alternativa al partito della nazione, che sui territori è soprattutto il partito dei manager e dei commissari, non basta il partito delle città. Serve lanciare una sfida a tutto campo, locale, nazionale ed europeo. Mettere in rete le municipalità che accolgono le profughi e i profughi e rifiutano la speculazione; sostenere le esperienze civiche, sociali e di movimento.

Si tratta di essere alternativi a chi ha contribuito all’emergenza abitativa sui territori, a chi vuole utilizzare il patrimonio industriale per demolirlo e sostituirlo con altro cemento, a chi non contrasta l’inquinamento ambientale delle città, a chi esternalizza servizi pubblici ed essenziali. Bisogna essere alternativi a chi ha privatizzato i servizi idrici e la raccolta differenziata, a chi ha esternalizzato la gestione del patrimonio pubblico della città. Serve una forza politica che faccia da sportello per gli sfrattati e a livello locale e a livello nazionale lotti per garantire il diritto all'abitare, che utilizzi i fondi europei per politiche sociali e nuova occupazione alternativi alla corvée tanto in voga, promuovendo misure di welfare e modelli di mutualismo e cooperazione. Una forza di alternativa che faccia della trasparenza sulla gestione degli appalti e della lotta alla corruzione una delle basi per una nuova etica pubblica.

Si tratta ormai di fare troppo spesso i conti con pezzi di potere economico e sociale che entrano strutturalmente nelle dinamiche elettorali e successivamente di governo dei territori. La crisi della politica e dei partiti è continuamente pervasa da piccoli e grandi interessi. È il caso dei tanti comuni sciolti - anche al Nord - per infiltrazioni mafiose. Infiltrazioni che non risparmiano alcuna forza politica arrivi al governo. Dobbiamo sapere che l’unico vero anticorpo alle mafie consiste nella promozione fin dagli enti locali di politiche volte alla cancellazione di povertà, diseguaglianze e ricattabilità, dalle mense per i bambini di famiglie indigenti alle politiche di accoglienza alla battaglia più ampia per la costruzione di una società equa, giusta e solidale.

La sfida di una forza alternativa sui territori parte anzitutto da qui. Non solo contro le infiltrazioni criminali, ma contro ogni forma parassitaria di potere che inquina la politica e che la allontana dal perseguimento del bene comune. Del resto le cronache di mafia capitale sono solo la punta dell’iceberg di un sistema politico malato alla radice, perché incapace di costruire un consenso basato sui legami con le comunità e non con i piccoli gruppi di interesse dei territori.

È necessario costruire un’altra visione e un’altra idea di città e di comunità. La democrazia reale, quella per cui invochiamo “processi dal basso”, ha bisogno di vedere nel governo della città una sua ridefinizione.

Significa innanzitutto guardare al patrimonio dismesso sia pubblico che privato nelle nostre città: guardare allo spazio urbano per riconvertirlo, per pensare a come rendere le nostre città luoghi dove costruire nuovi lavori e nuova vivibilità. Attorno ai beni comuni si gioca un’importante partita nelle nostre città: o il riuso sociale degli spazi o la privatizzazione scellerata. Una sfida tra la cura e la bellezza delle città e le brutture del cemento e della diseguaglianza.

La maggior parte delle amministrazioni comunali ha anche smesso di mettere il welfare locale al centro delle proprie scelte amministrative. Le politiche per l’occupazione e per la costruzione di strumenti di welfare dal basso devono e possono necessariamente incrociarsi per sviluppare territori nella direzione della giustizia sociale.

Occorre  anche ri-scrivere le regole della partecipazione democratica dei territori, dare alle comunità la possibilità di co-decidere sulle politiche locali; un processo lento e graduale che deve trasformare le nostre città in spazi aperti delle comunità che vi risiedono.

È però sbagliato pensare che il vuoto lasciato dal centrosinistra corrisponda immediatamente a un’opportunità per una proposta radicale di governo della città. Lo svuotamento delle opportunità democratiche nei differenti livelli di governance ha infatti sedimentato sempre di più un processo di fuga dalla democrazia da parte dei cittadini, che è allo stesso tempo causa e conseguenza della desertificazione politica delle città. Il crollo dell’affluenza nel corso delle elezioni regionali ci mostra l’esistenza di consistenti sacche di sfiducia e di rassegnazione nei confronti di una politica incapace di essere all’altezza dei bisogni che l’attuale fase economica ci impone di affrontare.

La vicenda delle amministrative spagnole e di come a partire dalle città si sia riusciti a costruire e a difendere uno spazio di possibilità di fuoriuscita da questo processo di impoverimento, ci convince a pensare che la strada giusta passi dalla costruzione di reti di città in grado di dare prospettiva a un progetto di alternativa di sviluppo, uguaglianza e giustizia sociale.

Le elezioni amministrative della prossima primavera possono essere un banco di prova estremamente utile in questo senso, se sapremo essere all’altezza della sfida e mettere in campo processi reali. Il rifiuto del centrosinistra come schema precostituito  è necessario ma non sufficiente: perché la scelta dell’alternativa non si riduca a una scelta di testimonianza, si deve misurare nella capacità espansiva e aggregativa delle proposte in campo. Dalla subalternità strutturale al Pd, che ha spesso caratterizzato la sinistra in questi anni, si esce ponendosi fino in fondo e sul serio la sfida del governo in prima persona, rompendo le alleanze di ceto politico, non certo per sostituirle con un fiero isolamento, ma per costruire alleanze nella società, con le esperienze di cittadinanza, con i movimenti, con le persone che vogliamo rappresentare e coinvolgere.

La scelta tra la subalternità a chi ripropone le vecchie ricette neoliberiste e la chiusura nel ghetto identitario della testimonianza va ribaltato, praticando l’alternativa radicale al quadro politico sul piano dell’innovazione, del rimescolamento delle appartenenze, della costruzione di un nuovo protagonismo politico dei corpi sociali.

Se riusciremo a fare questo, avendo cura e rispetto dei percorsi già in campo nei territori, creando e sostenendo nelle città laboratori di nuova politica, che popolino il campo dell’alternativa di persone, idee, conflitti, allora avremo dato un contributo fondamentale al percorso verso il cambiamento a livello nazionale ed europeo esoprattutto delle nostre vite quotidiane.

Coordinamento nazionale ACT

 

il disegno è "città di notte" realizzato nel carcere di Torino da Bama, nel progetto dentro e fuori

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